Presentazione Storia Collezioni Biblioteca Servizi didattici![]() Contattaci![]() | Casa Museo - Sala neraLa Sala Nera, così chiamata per gli arredi e le tappezzerie qui collocati a fine Ottocento, costituisce uno dei due saloni di rappresentanza della villa situati a pianterreno, disposti simmetricamente a sinistra ed a destra dell'atrio di ingresso.Nel tardo Ottocento, in particolare all'epoca in cui la villa era abitata dalla famiglia del penultimo proprietario, il tedesco Walter Erich Jacob Kees (1897-1917), la stanza era utilizzata come sala da pranzo. A questo personaggio si debbono varie trasformazioni nella dimora, operate entro il primo decennio del '900, poco prima che essa venisse requisita dallo stato italiano dopo la conclusione della prima guerra mondiale insieme agli arredi ivi contenuti, come descritto negli inventari dell'inizio del secolo scorso. Attualmente la maggior parte della dimora si presenta come era all'epoca di questo personaggio e risulta arredata sulla base dei suddetti inventari. Il rivestimento delle pareti è costituito da una carta da parati ottocentesca realizzata mediante stampa a freddo da rullo; su di essa sono raffigurati sopra un fondo scuro putti alati tra girali fogliacei e ornati floreali, che riprendono motivi presenti anche nella decorazione dei mobili, desunti da decori tardocinquecenteschi. Al centro della parete di fronte alle finestre si trova un importante camino in marmo nero di Varenna in forme barocchette, forse risalente all'epoca in cui la dimora apparteneva ancora alla famiglia Mornico (1569-1862), che era menzionato, ma in altra posizione (lungo una parete della attuale Sala Rossa), nella descrizione dell'edificio eseguita nel 1749 dal perito Antonio Maria Pecchio Ghiringhelli Rota, ingegnere collegiato di Milano. Importanti alari in bronzo con figure a rilievo rappresentanti il "Ratto delle Sabine" erano inseriti all'interno del camino. Sopra al camino è posto un prezioso arazzo fiammingo secentesco (attualmente l'opera, citata sul pianerottolo della scala secondaria nell'inventario Kees, è in restauro) rappresentante, secondo la tradizione, l'incontro tra Antonio e Cleopatra con una veduta di porto con varie imbarcazioni nello sfondo (attorno ad esso furono applicati in epoca recente una bordura ed una cornice lignea). Lungo le pareti ed al centro sono disposti i mobili in legno di noce scurito, scolpito ed intagliato che componevano l'arredo di quest'ambiente e che appartenevano a Kees. Denotano nella ricca ed esuberante decorazione evidenti influssi nordici, ma sono frutto di maestranze italiane che ripropongono motivi tardorinascimentali e manieristi, considerati i più adatti per le sale da pranzo, propugnati da riviste di arti decorative, quali La mobiglia artistica e l'ornamentazione inerente, pubblicata nel 1880 e la contemporanea raccolta Ornamenti di tutti gli stili dell'architetto Camillo Boito, ma anche dai periodici più alla moda, dell'ultimo quarto dell'Ottocento. Come rivela la presenza del cartellino sul fondo di uno dei cassetti i mobili della sala risultano infatti realizzati nei famosi laboratori specializzati di Michelangelo Guggenheim, con sede a Venezia nel prestigioso Palazzo Balbi sul Canal Grande, i cui arredi, presentati alle varie esposizioni universali internazionali, venivano esportati in America, Austria, Germania, Francia e Inghilterra. E' interessante ricordare che gli artigiani che lavoravano per Guggenheim, all'incirca nei medesimi anni (1890), eseguivano i mobili neorococò per l'appartamento che l'imperatore di Germania, il Kaiser Guglielmo, avrebbe occupato nella Villa Reale di Monza durante la sua visita in Italia. Si tenga inoltre presente che i mobili progettati da Guggenheim per Palazzo Papadopoli a Venezia vennero ammirati anche da un altro sovrano tedesco, Luigi II di Baviera, cui Kees sembra talvolta volersi ispirare nella decorazione della propria residenza sul Lago di Como. Il tavolo rotondo, originariamente allungabile con sei pannelli, presenta un piano circolare retto da una fascia decorata con testine tra volute contrapposte che collega le quattro gambe, costituite da cariatidi su montanti scolpiti ed intagliati a forma di zampa di leone. Attorno ad esso si trovano le sedie (sedici in origine) con simili motivi decorativi e dal particolare rivestimento in velluto di seta cesellato ed operato a damasco. Di fianco al camino ed appoggiate alle pareti laterali sono disposte due credenze con alzate ed un mobile servente (quest'ultimo non citato negli inventari dell'inizio del secolo scorso), decorati da pannelli con scene a rilievo che illustrano soggetti mitologici interposte a figure aggettanti con funzione di sostegni. Tra le due finestre è collocata un'importante specchiera ovale entro cornice intagliata con angioletti a tutto tondo disposti tra fogliami, che ricorda nella tipologia e negli analoghi ornati quella inviata dal famoso ebanista Besarel all'Esposizione Italiana del 1881 di Milano, che recava il curioso titolo "L'unione fa la forza", come pure quella creata da Gaetano Speluzzi, pur con soggetto leggermente diverso, nel 1873 per Gian Giacomo Poldi Pezzoli per il proprio palazzo milanese, che sarebbe divenuto casa museo. Poco al di sotto della specchiera è posta una console dal piano di marmo bianco poggiante su sostegno formato da due putti con faretra che affiancano un leone accovacciato, opera sicuramente degli stessi artigiani, ispirati qui da tipologie più barocche. Sui mobili si trovavano una serie di albarelli da farmacia con ornati "Vecchio Lodi", vasi in maiolica ed alcuni recipienti di varia forma, in rame e metallo sbalzato, tra i quali si distinguono tre samovar usati come contenitori per l'acqua calda, per la maggior parte di fattura ottocentesca (ora conservati nella vetrina). Alla seconda metà del sec. XIX appartiene il paravento a tre luci in cuoio e legno intagliato dorato situato davanti all'imponente calorifero in ghisa facente parte dell'impianto di riscaldamento centralizzato di produzione tedesca che venne fatto realizzare dal Kees. Dal soffitto decorato con motivi a grisaglia, secondo i dettami del gusto di fine secolo, pende l'imponente lampadario in ferro battuto a luce elettrica con sedici fiamme, ornate da foglie d'acanto e tralci fioriti, che tiene conto delle importanti innovazioni tecnologiche operate nella seconda metà dell'Ottocento. Interessanti manufatti antichi, sempre in ferro battuto ma risalenti probabilmente alla fine del Seicento o all'inizio del secolo successivo, completano l'arredamento della sala e sono costituiti dai due bracieri con alti sostegni lavorati ad intreccio. Sia alle porte che alle finestre erano previsti tendaggi in damasco rosso che servivano ad isolare dal freddo ma anche a rendere più intimo l'ambiente, mentre sul pavimento era in origine presente un tappeto. ![]() ![]() |











