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Casa Museo - Salottino Orientale

Il Salottino Orientale deriva il proprio nome dalla presenza del particolare mobile giapponese. Originariamente, negli inventari dell'inizio del secolo scorso, il locale era chiamato "Gabinetto" intendendo con tale termine una specie di salottino di servizio, utilizzato molto probabilmente come fumoir: esso era infatti arredato con un divano, due poltrone e quattro sedie in gobelin di seta; un tappeto e tre tendaggi con fiorami e supporto ligneo intagliato e dorato concludevano la decorazione della piccola stanza.

La moda per le giapponeserie, che sostituì quella settecentesca per le chinoiserie, era iniziata attorno alla metà degli anni Cinquanta dell'800, grazie alla fine dell'isolamento politico ed economico che il Giappone aveva decretato nel 1637.

Nuovi motivi decorativi, tratti dall'esotico repertorio giapponese, andarono così ad ampliare The Grammar of Ornament che Owen Jones aveva cercato di formulare nel 1856, ordinando i vari motivi ornamentali noti di ogni luogo.

L'interesse per l'arte nipponica si diffuse rapidamente, a partire dalla Francia, ove ebbe grande influsso anche sulla pittura: si pensi all'influenza che ebbe sul grande maestro impressionista Claude Monet, collezionista di stampe e oggetti giapponesi, ma anche vari altri artisti francesi ed inglesi contemporanei ne subirono il fascino. In Inghilterra questa tendenza, sviluppatasi dopo la presentazione ufficiale di una intera collezione di opere giapponesi appartenente all'ambasciatore Alcock all'Esposizione Internazionale di Londra del 1862, servì come spunto di rinnovamento. Il successo di negozi che vendevano oggetti provenienti dal Giappone (il primo fu Farmer & Rogers, il più rinomato era Liberty in Regent Street) rappresentò un contributo importante all'affermarsi del gusto per la decorazione d'interni ed alla formazione dello stile floreale in questa nazione (basta citare la famosa Peacock Room, realizzata nel 1877 nell'abitazione londinese dell'armatore F. Leyland, ornata dal celebre pittore James A. Whistler).

E come "lo stile cinese s'era alleato col rococò, così il giapponese si confuse con la prima fase dello stile floreale: un doppio matrimonio tra cugini", sottolinea acutamente Mario Praz nel suo volume "La filosofia dell'arredamento" del 1981.

In Germania i decoratori Cowtan crearono appositamente per la residenza dell'ambasciatore inglese a Potsdam delle carte con motivi giapponesi (altre analoghe vennero inviate per l'ambasciata russa di Vienna, alla residenza del vicerè di Simla a Firenze, ma anche per abitazioni di Long Island a New York).

Contribuì inoltre ad accrescere notevolmente la moda per gli oggetti nipponici in Europa la pubblicazione nel 1891-96 ad opera di Edmond de Goncourt dei volumi sull'arte giapponese del Settecento.

Nel salottino ornati a rocaille sono dipinti nei sottarchi e sul soffitto, dal quale pende un elegante lampadario in bronzo dorato con ampolle attorniate da figure femminili e sirene, caratterizzato dal motto "Fortitudo mea deus est adiutor".

Il salottino è dominato dal mobile giapponese a scomparti, alcuni dei quali risultano oggi privi di sportelli (all'epoca del Kees era collocato nella adiacente Sala Consiglio). Esso era utilizzato come contenitore: vasi di varia foggia venivano esposti sui vari ripiani.

Due pannelli decorativi in tessuto con scene in abiti settecenteschi sono disposti lungo le pareti ai lati della finestra.

Vicino al mobile giapponese si trovano tre particolari sedie in legno di ciliegio intagliato con sinuosi ed asimmetrici motivi ornamentali nello schienale, simili a quelli proposti nelle famose sedie create nel 1883 dal decoratore inglese Arthur Heygate Mackmurdo (1851-1942), considerato uno degli iniziatori dello stile floreale in Inghilterra.

Ad esse si accompagna lo stretto sedile dietro al quale è disposta la colonnina portavaso in legno ebanizzato, sulla quale era in origine collocato il variopinto vaso di ceramica posto presso il mobile giapponese.

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